Capena, il centro storico.

01.09.2019

POST CULTURALE

In questo post parleremo delle bellezze culturali capenati.

Ma cos'è Capena?

Geografia fisica

Territorio

Oggi Capena è una cittadina in costante espansione, il suo territorio di 29,51 km² si estende da nord verso sud, tra la Via Flaminia e la Via Tiberina tra i 30 m s.l.m. del Bivio di Capannelle e i 210 m s.l.m.

Il paese poggia su vari colli la cui altitudine media è di 160 m s.l.m., da cui si domina l'intera valle del Tevere e si ha un'ottima vista sulla bassa Sabina, mentre nelle più basse campagne circostanti al paese sorgono varie frazioni come Colle del Fagiano e Pastinacci. Più a nord si dislocano "Le Macchie", quelle che sono le campagne capenate dove nei lunghi pendii delle colline, solcati a valle da vari fossi che affluiscono poi nel bacino imbrifero del Fosso di Gramiccia, si trovano numerosi uliveti e vigneti dove si produce il noto vino locale "Castellaccio".

I Capenati furono una fiorente popolazione italica che prosperava nel Lazio prima dell'avvento di Roma. La loro cultura ebbe degli aspetti propri, ebbe varie influenze esterne, come quella etrusca, latina e sabina. Parlavano una lingua del tutto originale, affine al falisco, simile al latino e con influenze sabine. Secondo la tradizione letteraria antico romana invece la fondazione della città si deve agli Etruschi[3], veienti o connesse al re (storicamente ignoto) re etrusco Propertius.[4]

Il territorio capenate (Ager Capenas) si estendeva lungo la riva destra del Tevere, confinava a nord con quello dei Falisci, a est con il Tevere e i Sabini, e a sud ovest con il territorio etrusco di Veio. Comprendeva gli attuali comuni di: Capena, Civitella San Paolo, Morlupo, Fiano, Nazzano, Ponzano, Filacciano, Torrita, Rignano, Sant'Oreste, Castelnuovo di Porto e Riano.

Determinante per la sua formazione più antica fu la vicinanza con il Tevere, importante via di traffico che dall'Adriatico centro-orientale, attraverso il Piceno e la Sabina, giungeva al Tirreno, permettendo numerosi scambi economici e culturali fino dall'Età del Bronzo.

I principali centri abitati della zona erano: Capena, sul colle della Civitucola, o Castellaccio, il Lucus Feroniae, importante centro di culto e commercio e la città di Saperna, di cui non è ancora certa l'esatta ubicazione. Da alcune fonti antiche però, risulta che un altro centro religioso si trovava anche sul monte Soratte, al confine con il territorio falisco, dove c'era il culto di Apollo Sorano.

Dalla fine del VII secolo, inizi del VI a.C., si nota una sempre maggiore influenza della cultura etrusca su quella capenate, che culminerà con l'ammissione del territorio di Capena nella Confederazione dei popoli etruschi. Nel IV secolo a.C. ebbe luogo la mitica e decennale guerra tra Veio, i Capenati e i Falisci alleati e Roma, per il controllo di questa zona del Tevere. Queste lotte terminarono con la sconfitta degli alleati da parte di Roma nel 395 a.C. e con la caduta di Veio per mano di Furio Camillo.

Dopo la conquista romana, tutto il territorio fu ascritto alla Tribù Stellatina con la creazione di un Municipio Federato nel 387 a.C.

Del periodo repubblicano non si hanno molte notizie, certo è che Capena mantenne la sua importanza di "Municipio Federato", ricco e fiorente, come testimoniano i numerosi ritrovamenti di manufatti del periodo ellenistico e la fama dei tesori del Lucus Feroniae, che attirò anche Annibale, il quale nel 211 a.C. saccheggiò il santuario.

Nel periodo imperiale, parte del territorio fu inglobato nel "Patrimonium Caesaris" e aumentarono i latifondi, come dimostrano le numerose Ville sorte nella zona, la più famosa delle quali è la Villa dei Volusii. Infatti, a causa dell'instabilità dell'autorità imperiale e dell'inflazione, che determinò l'abbandono delle città da parte dei nobili, questi si ritirarono nei propri latifondi. Ogni villa del tardo Impero cominciava così, ad avere l'aspetto di quello che doveva essere più tardi, il feudo Medioevate con il suo castello come nucleo centrale e il borgo fortificato, che era chiamato "Castrum".

Nell'era cristiana, il territorio fu chiamato Collinense, per la natura del suolo, e il primitivo "Patrimonium Caesarìs" divenne un feudo della Chiesa di Roma e fu un baluardo contro l'invasione dei Longobardi e dei Franchi, dei cui passaggi si hanno testimonianze storico-artistiche. Notizie di questa denominazione si hanno in una bolla di Leone IV dell'854 in cui c'è un elenco dei beni del Monastero di S. Martino che per lungo tempo ospitò i Monaci Benedettini.

Un'altra citazione del territorio Collinense la si ha in un "Istrumentum Rogatum" del 962, sotto il papato di Giovanni XII, dove una certa Agata dona al Monastero di S. Martino, alcuni beni del territorio Collinense. La sede dell'antica Capena, distante alcuni chilometri dall'attuale paese, si trova in località "Macchie", sulla collina denominata Civitucola, che viene però chiamata comunemente "Castellaccio" a causa del rudere che sovrasta l'altura.

Nell'area della città affiorano ancora numerosi frammenti di ceramica e marmo di età romana e anche frammenti ad impasto del periodo arcaico. Da quest'area provengono le statue e le numerose iscrizioni su basi onorarie che sono attualmente conservate in parte nell'edificio del Comune e in parte nei Giardini Pubblici. Si tratta di monumenti eretti dai Capenati - come era costume nell'età imperiale - in onore degli imperatori romani e dei personaggi illustri dell'epoca. Da notare soprattutto quelle riguardanti Settimio Severo e sua moglie Giulia Domna e Caracalla. Queste basi furono poste nell'antica Capena il 18 settembre del 198 d.C., come risulta da uno di questi cippi, probabilmente nel Foro, dal pretore capenate Manilio Crescente. In una di queste basi è interessante notare la cosiddetta "damnatio memoriae" nei confronti dei Geta, fratello minore di Caracalla. Il nome di Geta fu abraso dopo che fu ucciso per ordine del fratello. Nelle altre iscrizioni sono onorati altri imperatori come Aureliano e Gordiano III e alcune sacerdotesse di Cerere e di Venere: Giulia Paolina e Varia Italia.

Centro Storico

L'attuale città di Capena che si differenzia dall'antica Capena sul colle della Civitucola, ha anch'essa origini molto antiche. Il suo nucleo primitivo che attualmente viene chiamato in parte "la Rocca" e in parte "Paraterra" è costituito da un imponente tallone di tufo, con pareti molto scoscese. Il luogo ha una storia particolare: esso infatti non è stato abitato in modo continuativo ma, come è avvenuto anche in altri paesi arroccati, era frequentato nei periodi di insicurezza (guerre, invasioni), proprio grazie alle sue difese naturali, mentre durante epoche di pace e tranquillità era meno abitato. Le tracce della sua frequentazione risalgono addirittura alla Preistoria: si trovano infatti testimonianze e tracce di vita a Paraterra e lungo le pareti dello sperone. Questo è chiaramente dovuto alla conformazione del luogo che offriva grotte per abitazione, numerosi corsi d'acqua nella valle e molta fauna. Si hanno tracce del periodo romano in un Colombario situato sulla parete di tufo a picco, a Sud-Ovest, in località Paraterra.

I colombari sono un tipo di sepoltura, utilizzata soprattutto in epoca romana, durante l'impero; essi consistono in un'ampia camera che ha, lungo tutte le pareti, numerose nicchie consecutive, dove venivano poste le urne cinerarie. I colombari comunque sono presenti già dal IV secolo a.C., nel mondo Etrusco. Quello di Capena, che in paese viene chiamato "Farmacia Vecchia" è ascrivibile molto probabilmente, al II- I secolo a.C. È costituito da quattro stanze superiori rettangolari, con volta a botte, vicino alle quali c'è un pozzo circolare profondo circa 20 mt. Al di sotto c'è un'altra camera molto ampia di mt. 4,60 x 6,10, con un pilastro centrale, con circa 400 loculi. Adiacente a questa, c'è un'altra stanza più piccola, con volta a botte, con un solo grande loculo.

Altra testimonianza forse di epoca romana, sono i resti di un muro, in opera quadrata, che proteggeva l'unico punto d'accesso allo sperone lì muro è stato successivamente inglobato nella costruzione del Palazzo dei Monaci.

Tutto lo sviluppo delle fasi successive al periodo romano è facilmente individuabile, in base alle caratteristiche architettoniche degli edifici: la parte più antica è sicuramente Paraterra. Il tessuto urbano tipicamente medioevale è caratterizzato da strade strette e improvvise aperture (piazzette), nella cui pavimentazione si notano ancora numerosi basoli e tratti di selciato. Interessante è anche la presenza di numerose case a schiera, dove si notano piccole finestre, archetti e tratti di strade coperti con archi, sopra i quali si trovano alcune case. Qualcuno di questi "passaggi coperti" ha ancora un soffitto di legno. Per tutto l'abitato si notano elementi marmorei anche più antichi, riutilizzati nelle costruzioni. Si conserva ancora parte delle mura di cinta con un ingresso ad arco rotondo di peperino con la traccia di una caditola (usata per sbarrare il portone). Sopra l'arco c'è ancora l'impronta dell'antico scudo, che aveva lo stemma della città di Leprignano.

Attorno al nucleo medioevale si sviluppò la parte Rinascimentale, con la sistemazione della Rocca dove furono aperte due piazzette e fu costruita una chiesa, ora diroccata, dedicata a San Michele Arcangelo, di cui si conserva l'elegante portale di marmo con un'iscrizione sull'architrave che riporta anche la data di costruzione, 1477: "MCCCLXXVII - T(empore) - SIXTI PP IIII". Nella chiesa si trovavano molti affreschi di cui non ne rimangono adesso che poche tracce. Testimonianze di rifacimenti negli ambienti sottostanti la chiesa consistono nell'apertura di finestre, su una delle quali si nota la data di tali lavori: 1642. Durante questo periodo fu ampliato e sistemato il poderoso Palazzo dei Monaci.

Leprignano

Al fenomeno della costituzione dei latifondi nel Tardo Impero, si ricollega anche l'origine di "Fundus Apronianum", al quale alcuni studiosi concordano nell'attribuire la derivazione del nome Leprignano, che si incontra per la prima volta una bolla di Papa Gregorio VII del 1081, dove "fundus Apronianum", viene chiamato "Castrum. Lepronianum". Il 14 marzo del 1081, Papa Gregorio VII, con una bolla, concede il possesso del territorio di Leprignano (ex Fundus Apronianum), al Monastero Benedettino di S. Paolo.

Successive conferme di questa donazione, si avranno nelle bolle dell'antipapa Anacleto (1130), di Onorio III (1218) e nel decreto imperiale di Carlo V (1369). Durante il pontificato di Pasquale II (1099-1118) un certo Teobaldo di Cencio usurpò tutti i possedimenti del Monastero, compreso il paese di Leprignano. I figli di Teobaldo: Cencio e Stefano, lo restituirono ma lo ebbero in enfiteusi.

Nel 1311 tutte le proprietà furono concesse in enfiteusi dai Monaci a Pietro di Stefano Tosecchi. Nella metà del Trecento, Leprignano era scarsamente popolato, tanto che da alcuni documenti dell'epoca sappiamo che si consumavano solo "6 rubia di sale" a semestre: circa Kg 50.

Bonifacio IX nel 1390 concesse il paese ad Antonio Citti o Cicei, abruzzese. Nel 1522 si ha notizia che il Monastero affittò Leprignano a Francesco della Rovere, vescovo di Volterra e al fratello Antonio; quindi al Barone Argelli, conservandone però la proprietà. Dagli archivi storici del Vaticano e dell'Abbazia di S. Paolo, si hanno notizie di una rivolta degli abitanti di Leprignano contro i monaci, nel 1594: "Di Roma a di 16 novembre 1594. La matina di lunedì comparsero circa 40 donne con 4 huomini di Liprignano sotto le fenestre del papa a' gridare giustizia; il che inteso da Sua Santità fin quando celebrava la messa, mandò a dimandare della causa di questa novità, e fu trovato che si lamentavano delli frati di S. Paolo padroni di detto luogo per conto de li grani. Onde furono carcerati li huomini" (BAV., Cod. Urb. Lat. 1062).

La rivolta sfociò poi nell'occupazione da parte dei Leprignanesi del territorio di Leprignano. Nel 1614, il Monastero rientrò in possesso del territorio e fu stipulato un atto di concordia nel 1617. Gli abitanti di Leprignano però, continuarono a ribellarsi ai Monaci per tutto il Seicento e 1700.

L'amore per la libertà e l'indipendenza del popolo Capenate si manifestò anche per tutto l'Ottocento, durante le guerre di Indipendenza. Infatti, alcuni abitanti del paese presero parte alle lotte al fianco di Garibaldi, soprattutto nella battaglia di Mentana avvenuta il 3 novembre 1867. Subito dopo la caduta dello Stato Pontificio nel 1870, il territorio di Leprignano si staccò dalla giurisdizione dei Monaci Nel 1910 il Monastero di S. Paolo affittò il palazzo alla chiesa parrocchiale e nel 1920 fu affittato al comune che lo utilizzò come Municipio e come scuola elementare fino al 1930. Successivamente il Monastero vendette il palazzo a privati.

Immigrazione Marchigiana a Leprignano

Il più rilevante fenomeno demografico dell'ottocento leprignanese è costituito dall'accentuarsi del flusso migratorio dalle Marche, e specialmente dall'area fermana intorno alla metà del secolo.

Lo stadio di Leprignano: modernità & cultura, una coppia vincente
Lo stadio di Leprignano: modernità & cultura, una coppia vincente

L'immigrazione Marchigiana in Leprignano è attestata sin dal Cinquecento: un notevole incremento del flusso migratorio si verificò tra la fine del Seicento e inizio Settecento con punto di partenza Loro Piceno e Mogliano, (oggi in provincia di Macerata). Sicuramente maggiori le proporzioni dell'immigrazione ottocentesca con punto di partenza, il quadrilatero Monteleone di Fermo, Monsanpietro Morico, Montottone, Sant'Elpidio Morico, notevolissimo l'apporto da Monteleone con le famiglie degli: Alessandrini, Antonelli, Brasili, Cecaloni (in origine Ciucaloni), Funari, Guidotti (giunti a Monteleone da Cossignano), Lauri, Monti, Pettinelli, Scriponi (in origine Scriboni giunti a Monteleone da Monsanpietro Morico), Simonelli, Speranza, Vecchiotti e Venezia. un altro ramo della famiglia Guidotti è originario di Modena, Reggio Emilia e Bologna. Capena fu testimone sul suo territorio del Risorgimento nel 1848/49, Repubblica Romana e 1867,

Campagna dell'Agro Romano per la liberazione di Roma con i fratelli Cairoli. Vincenzo Cola di Carlo Romano e Mariangela Barbetti, vedova di Silvi Giuseppe, nato a Leprignano il 4 ottobre 1809, tenente, Ufficiale di Ordinanza S.M. (da un biglietto di Garibaldi diretto al Cola Epistol. 112) Commissario della Repubblica a Tivoli il 20 aprile 1846, Nel 1850 a Leprignano vestiva la divisa garibaldina ed era sorvegliato dalla polizia Pontificia. Morto a Roma l'11 agosto 1876 (da archivio storico privato direttore Museo di Mentana).